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La proposta di questa settimana dell’Antologia, nella sua esplorazione letteraria attorno alla Svizzera e ad alcuni dei suoi autori, è un’incursione nel romanzo della scrittrice di origine svizzera Madame de Staël, Anne-Louise Germaine Necker, baronessa di Staël-Holstein, “Corinne ou l’Italie”, edizioni Garnier, Paris, di cui riportiamo dei brani che mostrano il punto di vista di una letterata e dei suoi contemporanei europei sull’Italia dei primi dell’800 poiché il libro è stato pubblicato nel 1807.

Corinne ou l’Italie – capitolo IV – Il Pantheon

Oswald e Corinne si recarono prima al Pantheon, oggi Santa Maria della Rotonda. Ovunque in Italia il cattolicesimo ha ereditato le sua radici dal paganesimo, ma il Pantheon è l’unico tempio antico di Roma conservatosi integralmente, l’unico in cui si possa apprezzare appieno la bellezza dell’ architettura antica e il carattere distintivo del culto.

Oswald e Corinne si fermarono sulla piazza del Pantheon per ammirare il portico di questo tempio e le colonne che lo sostengono. Corinne fece notare a Lord Nelvil che il Pantheon era stato costruito in modo tale da apparire molto più grande di quanto non fosse in realtà. “San Pietro”, disse, ”avrà su di voi un effetto completamente diverso: all’inizio lo crederete meno vasto di quanto non sia in realtà. L’illusione così favorevole al Pantheon deriva, si dice, dal maggiore spazio delle colonne che permette all’aia di circolare liberamente intorno ad esse, ma soprattutto dal fatto che lì non si vede quasi nessuna decorazione dettagliata, mentre San Pietro ne è sovraccarico. E’ per questo che la poesia antica raffigurava solo le grandi masse, lasciando alla mente dell’ascoltatore il compito di colmare alcuna lacune, di integrare gli sviluppi di ogni genere. Noi moderni diciamo troppo.

Questo tempio, continuò Corinne, fu dedicato da Agrippa, il favorito di Augusto, al suo amico, o meglio, al suo anfitrione. Tuttavia questi ebbe la modestia di rifiutare la dedica del tempio, e Agrippa fu costretto a dedicarlo a tutti gli dei dell’ Olimpo. Al posto del dio della terra, il Potere. C’era un carro di bronzo in cima al Pantheon, su cui erano collocate le statue di Augusto e Agrippa. Ai lati del portico, queste stesse statue apparivano sotto un’altra forma, e sul frontespizio del tempio si può ancora leggere: Agrippa lo fece. Augusto diede il suo nome al suo secolo perché ha fatto di questo tempo un’epoca dello spirito umano. I capolavori di vario genere dei suoi contemporanei formarono, per così dire, i raggi della sua aureola. Seppe onorare abilmente gli uomini di genio che coltivarono la letteratura e, nella posterità, la sua gloria ne ha tratto giovamento.

“Entriamo nel tempio”, disse Corinne, “vedi, rimane scoperto quasi come in passato. Si dice che questa luce che veniva dall’alto fosse l’emblema della divinità superiore a tutte le altre; i pagani hanno sempre amato le immagini simboliche. Sembra infatti che questo linguaggio sia più adatto alla religione della parola. La pioggia cade spesso su questo pavimento di marmo ma anche i raggi del sole illuminano le preghiere. Che serenità! Che atmosfera festosa pervade questo edificio! I pagani hanno divinizzato la vita e i cristiani hanno divinizzato la morte: questo è lo spirito dei due culti; ma il nostro cattolicesimo romano è meno cupo di quanto non lo sia quello del nord. Lo vedrete quando saremo a San Pietro. All’interno del santuario del Pantheon ci sono i busti di tutti i nostri artisti più celebri: decorano le nicchie dove un tempo erano collocati gli dei degli antichi. Poiché dalla distruzione dell’impero dei Cesari, non abbiamo quasi mai goduto di indipendenza politica in Italia, qui non si trovano statisti o grandi capitani, e’ il genio dell’immaginazione che costituisce la nostra unica gloria, ma non trovate, mio signore, che un popolo che onora così i talenti che possiede meriterebbe un destino più nobile?”, ”Sono duro con le nazioni”, rispose Oswald, ”Credo sempre che meritino il loro destino, qualunque esso sia.”

“Questo è duro”, continuò Corinne, “Forse vivendo in Italia proverete tenerezza per questo Paese che la natura sembra aver adornato come una vittima; ma, almeno, ricorderete che la nostra più cara speranza, di noi artisti, noi amanti della gloria, è di ottenere un posto qui! Ho già scelto il mio” – disse indicando una nicchia ancora vuota – “Oswald, chissà che non tornerete proprio in questo posto quando il mio busto sarà qui?” Oswald la interruppe con veemenza e disse: “risplendente di giovinezza e di bellezza, come potete parlare a uno che la sventura e le sofferenze stanno già spingendo verso la tomba?” ”Ah!, riprese Corinne, la tempesta può, in un attimo, spezzare i fiori che ancora tengono la testa alta! Oswald, caro Oswald – aggiunse – perché non dovreste essere felice?” “Non mi interrogate”, riprese Lord Nevil, “voi avete i vostri segreti, io i miei; rispettiamo a vicenda il nostro silenzio. Non sapete che emozione proverei se dovessi raccontare le mie disgrazie!”

Corinne tacque e i suoi passi, mentre lasciava il tempio, si fecero più lenti e il suo sguardo più sognante.

Si fermò sotto il portico.” Lì, disse a Lord Nevil, c’era un’urna in porfido di grandissima bellezza, ora trasferita a San Giovanni in Laterano, conteneva le ceneri di Agrippa, deposte ai pidei della statua che lui stesso aveva eretto. Gli antichi si prendevano tanta cura per attenuare l’idea della distruzione che sapevano come dissiparne gli aspetti più cupi e spaventosi. Inoltre c’era così tanta magnificenza nelle loro tombe che il contrasto tra il nulla, la morte e gli splendori della vita e meno sentito. E’ anche vero che la speranza di un altro mondo era molto meno accesa tra loro che tra i cristiani; i pagani si sforzavano di strappare alla morte il ricordo che noi deponiamo senza timore in seno all’Eterno.”

Oswald sospirò e rimase in silenzio. Le idee malinconiche hanno molto meno fascino finché non si è stati profondamente infelici, ma quando il dolore in tutta la u durezza, ha afferrato l’anima, non si ascoltano più, senza rabbrividire, certe parole che prima suscitavano in noi solo sogni più o meno dolci.