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La rubrica Antologia propone un viaggio letterario sulla e attorno alla Svizzera, su come è stata percepita e conosciuta al di fuori dei suoi confini e come i suoi letterati e lei stessa hanno visto e scritto del mondo che la circondava. Di volta in volta un racconto, un estratto di un romanzo o di un saggio ci offriranno uno spaccato di queste visioni del mondo; questa sarà l’occasione per scorrere alcune pagine dell’introduzione del tenente colonnello Ferdinand Lecomte al rapporto del Dipartimento militare svizzero Guerre des États-Unis d’Amérique, presentato alla Società militare federale riunita a Berna il 18 agosto 1862.
Ferdinand Lecomte (1826-1899), vodese, giornalista, fondatore della Revue militaire suisse, bibliotecario cantonale per oltre quindici anni, cancelliere dello Stato di Vaud. Nel 1875 divenne colonnello divisionario, all’epoca il grado più alto nell’esercito svizzero in tempo di pace. Nel 1862 e nel 1865, Lecomte, in qualità di osservatore militare della Confederazione Elvetica, accompagna l’esercito federale americano nella lotta contro gli Stati secessionisti del Sud.

Guerre des États-Unis d’Amérique – terza parte

Noi svizzeri ne sappiamo già qualcosa benché siamo piccoli, benché siamo considerati deboli e benché rispettiamo volentieri ii nostri obblighi di neutralità europea, che sono peraltro in linea con i nostri principi.

Ma la confederazione degli Stati Uniti ispira ancora più sospetti. È, o meglio era, una grande, ricca e prospera democrazia che attualmente arruola eserciti di un milione di uomini, possiede una marina che, per il momento, grazie ai suoi miglioramenti, è la migliore al mondo, parla a tutti delle sue libertà politiche, le predica con l’esempio, non riconosce nessun obbligo di neutralità e stringe alleanze o entra in guerra con chi vuole, senza rendere conto a nessuno. Questo paese ispira sospetti perché non solo è forte, ma ogni giorno è un po’ meno distante dall’Europa. Cinquant’anni fa la traversata si misurava in mesi; vent’anni fa si misurava in settimane; oggi è in giorni, dieci giorni; tra vent’anni sarà senza dubbio ancora meno. E poi è un paese sgradevole da avere come vicino; i fabbri diventano presidenti della repubblica, gli stampatori ministri, i carpentieri e i camerieri senatori, generali e buoni generali. Il povero esule, giunto dall’Europa con la sua bisaccia e il suo amore per la libertà come unica fortuna, vi trova sicuro asilo, più che un porto, una patria che lo accoglie se è onesto e coraggioso, che gli facilita il suo compito all’interno, che protegge da lontano, come a Smirne, contro gli arbitrii, che lo arricchisce se è attivo e intraprendente, che lo eleva in stima e perfino lo rimanda in Europa come ambasciatore di un grande popolo. Ah! Sì, può essere spiacevole per alcuni in Europa vedere avvicinarsi ai propri confini una simile nazione che non solo rappresenta un principio apposto ma a volte si erge come un rimprovero vivente – e poi, si dice, che questi americani siano così rudi, così estenuanti, altezzosi, vanagloriosi, impertinenti, insolenti, egoisti, che pensano solo a guadagnare soldi. – c’è del vero in questo, aggiungete a queste lamentele che parlano con il naso, masticano tabacco con la bocca strapiena, sputano sugli stivali del vicino, mettono i piedi sul tavolo e spesso dimenticano di tirare fuori il fazzoletto per soffiarsi il naso. Ma se non hanno, come le antiche aristocrazie della nostra Europa, il monopolio di tutte le grazie, hanno in compenso solide qualità.

Hanno il cuore sincero, il carattere fermo, sono buoni genitori, sono cittadini orgogliosi, hanno coscienza della loro dignità repubblicana, sono pii, sono laboriosi e a loro, più che ad altri, spetta di dire con la nostra bella canzone nazionale: eccetto dio non abbiamo padroni. Inoltre sono pieni di inventiva, ingegnosi, hanno la febbre degli affari, la passione del progresso; hanno ricoperto il loro territorio di canali, ferrovie e telegrafi proliferano negli Stati Uniti come le strade ordinarie in Europa. Hanno spinto l’audacia della loro marina ai limiti dell’impossibile; stanno aprendo immensi territori alla colonizzazione, strappano alla terra i suoi tesori minerari più nascosti, scavalcano bracci di mare con ponti giganteschi. Seguono e superano gli inglesi nelle loro esplorazioni commerciali; hanno creato mille fonti di prosperità per l’individuo promuovendo al contempo le arti della civiltà e il regno del cristianesimo. Hanno dimostrato le possibilità di una grande democrazia, la forza creatrice della libertà, nonostante le affermazioni di una voce augusta che ha affermato non molto tempo fa che la libertà serviva soltanto da ornamento ad un edificio fondato senza di essa.

Questo era sufficiente per attrarre le ire dell’Europa dispotica e oligarchica che non si è tirata indietro. Da cinquanta anni i suoi colpi si abbattono sugli Stati Uniti che oggi vengono attaccati con ancora maggiore furore. Di cosa venivano accusati in passato? Soprattutto delle loro prassi illegali e turbolente, i disordini del Kansas, i corpi franchi dei filibustieri contro il Messico, contro Cuba, ecc.
E oggi che la Confederazione vista crescere una mostruosa illegalità, si impegna a ristabilire l’autorità del diritto nazionale, l’Europa si schiera dalla parte dei rivoltosi! La ribellione, che è un crimine da questa parte dell’oceano, in Ungheria, in Veneto, nelle isole Ionie, nelle strade di Parigi, nelle Indie Orientali, sotto governi che non si vantano della loro mitezza, diventa un diritto nelle Indie Occidentali, una cosa sacra contro il governo degli Stati Uniti che chiede solo ai cittadini di non saccheggiare le sue poste, le sue dogane e i suoi arsenali! Strana contraddizione che, tuttavia, non è la più grave.

Li si è accusati per la vergognosa piaga della schiavitù. Ricordiamo l’immenso successo ottenuto da “La Capanna dello zio Tom”, le ovazioni per il suo autore e poi le lamentele degli inglesi contro i contrabbandieri americani mercanti di schiavi; i rimproveri mossi agli Stati Uniti nel 1854 per aver voluto rimanere assolutamente neutrali tra gli Alleati e la Russia. La repubblica schiavista, si diceva, era degna di allearsi con l’impero moscovita e i suoi servi. La Russia, sotto l’impulso del suo attuale imperatore liberale, marcia orgogliosamente verso l’instaurazione dell’uguaglianza, e l’Europa applaude. Gli Stati Uniti stanno facendo lo stesso, anzi di più, si sono lanciati in una guerra che deciderà il futuro della schiavitù e l’Europa volta loro le spalle per offrire le sue simpatie agli Stati del Sud.

Essa pretende che siano i suoi interessi a dettare questa politica. Cosa! Un grande Paese sta attraversando una crisi che, come è noto, colpisce anche l’Europa: la questione non è solo se il cotone sarà più o meno abbondante ma se i quattro milioni di esseri umani che lo producono saranno condannati ad un degrado duraturo quanto quello dei loro discendenti, e l’Europa, complice di queste lotte per il suo fervore abolizionista, si preoccuperebbe solo delle conseguenze dal punto di vista dei suoi porti e delle sue fabbriche di cotone! Di fronte alla croce del Vangelo che il Nord pone sopra la sua bandiera è l’Europa che innalzerebbe il vitello d’oro! Mi rifiuto di crederci.

Non voglio esaminare, per non abusare della vostra attenzione, quali siano questi interessi presumibilmente fondamentali che vengono qui invocati e che così opportunamente sostengono i risentimenti politici che ho elencato perché quando vedo i grandi principi dell’uguaglianza cristiana applicati a quattro milioni di uomini su un piatto della bilancia, non posso immaginare alcun interesse commerciale che si osi porre sull’altro.