La rubrica Antologia propone un viaggio letterario sulla Svizzera, la sua cultura, la sua natura e le sue istituzioni; una panoramica su come è stata percepita e conosciuta al di fuori dei suoi confini e come lei stessa ha visto il mondo che la circondava. Di volta in volta un racconto, un estratto di un romanzo o di un saggio ci offriranno uno spaccato di queste visioni del mondo.
Questo racconto è tratto dal volume “Traditions et légendes de la Suisse romande”, una raccolta fiabe e leggende della Svizzera romanda edita da Daguet nel 1872 che raccoglie gli scritti di vari autori.
Il Castello di Gruyère
La corte di Gruyère, quella conte che univa la semplicità della vita pastorale allo sfarzo delle tradizioni cavalleresche, ebbe i suoi giullari per secoli; l’ultimo si chiamava Girard Chalama, visse sotto il conte Pierre V di cui fu intendente e morì aò suo servizio. Dotato di una memoria prodigiosa e di una fantasia sconfinata, aveva raccolto tutte le tradizioni della regione, tutti i racconti degli anziani, tutte le storie superstiziose dei pastori ed era diventato il libro vivente della terra. Aveva scelto per sé, tra gli uomini più allegri e spiritosi di Gruyère, un consiglio con il quale deliberava seriamente sulle inezie.
Questo consiglio che si riuniva solo nelle festività principali, dopo il banchetto di rito, era esperto di carnevale, delle mascherate, charivari, giochi militari e, soprattutto, di quello che era chiamato l’assedio del Castello dell’Amore: i colori delle dame del castello, i mariti che si lasciavano picchiare dalle mogli, le divagazioni senza senso rientravano nelle sue competenze. Il conte, con il permesso del presidente, aveva voce e posto in questo senato burlesco a condizione che vi si presentasse senza speroni.
La ragione di questa singolare clausola era la seguente: quando Pierre V sposò Catherine de la Tour, chiese a Chalama cosa pensasse del suo matrimonio; l’astuto giullare rispose: “se fossi il mio signore, preferirei tenermi la mia bella amante piuttosto che prendere una brutta moglie”, a queste parole il conte, oltraggiato dalla sua impertinenza, gli straziò le gambe con i suoi speroni.
Al termine dei pranzi che il conte offriva nella grande sala della sua residenza, quando il vino cominciava a riscaldare i convitati seduti su panche di pietra disposte lungo un muro di sei metri di spessore, Girad Chalama entrava vestito da giullare, tenendo in mano il suo scettro e indossando un grande cappello ornato di piume di pavone, si assumeva il compito di istruire e divertire l’assemblea, mescolando sempre verità e menzogna, i fatti più ridicoli con le cose più serie, conservava e alterava al tempo stesso la storia del paese.
A volte raccontava come in tempi remoti, quando i Vandali e gli Unni devastavano l’Uchtland, uno dei loro capi, stanco della carneficina e carico di bottino, avesse lasciato il grosso dell’esercito, si fosse stabilito sulle Alpi con i suoi compagni d’armi all’ingresso di una valle deserta e avesse costruito un castello fortificato sulla collina e lo avesse chiamato Gruyère, in onore di una gru che aveva ucciso e che portava sul suo vessillo; di come i suoi numerosi discendenti, risalendo di valle in valle lungo la Sarine, avessero disboscato foreste, fondato villaggi, attirato coloni, costruito chalet e spinto le loro proprietà e le loro greggi ai piedi dei ghiacciai di Sanetsch; di come questa nobile famiglia, arricchitasi con la vita agricola e pastorale, si fosse divisa in diversi rami, il più anziano dei quali conservò il castello e il nome di Gryère e i cadetti eressero le torri di Trême, Corbière, Montsalvens, Ex, Vanel, Bellegarde ed Aigremont; come ai tempi delle crociate Hugues e Turnius, dopo aver dotato il chiostro di Rougemont dei loro beni ed aver radunato i loro vassalli cento valorosi soldati per la conquista del Santo Sepolcro, le giovani montanare, che erano venute a chiudere i cancelli del castello e ad abbassare i ponti per impedire la loro partenza, si misero a piangere quando udirono il vessillifero, armato di tutto punto, gridare alla testa della truppa: “In marcia Gruyère! È il momento di andare; tornerà chi potrà” e ingenuamente chiesero se, quel mare che bisognava attraversare per giungere in Terra Santa, era così grande come il lago lungo il quale passavano per andare in pellegrinaggio a Notre-Dame di Losanna!
Qualche volta Chalama raccontava dei pericoli della caccia all’orso e allo stambecco, dei temerari ritrovati morti in fondo ai precipizi dell’Olden e del Moléson, dei pastori che si erano smarriti per tre giorni, senza riuscire a riconoscere il sentiero che portava al loro rifugio. Non mancava mai di aggiungere che lo spirito della montagna prima o poi si vendicava con qualche scherzo crudele contro chi uccideva i camosci della sua Alpe; che le fate portavano nelle loro caverne sotterranee i giovani mandriani che trascuravano la cura del gregge per andare a cercare i nidi delle pernici bianche e che spaventosi gnomi allontanavano gli uomini avidi dalla miniera d’oro del Rubli e dalla grotta dei cristalli del Dunghel, senza dimenticare il famoso corvo raffigurato negli stemmi dei signori di Corbières, un corvo abbastanza educato da far cadere dal becco un anello d’argento ogni volta che doveva nascere un figlio nella nobile famiglia, e un anello d’oro quando si trattava di una figlia.
Alle volte, durante le feste di carnevale, ricordava il duello d’onore tra gli abitanti della Gruyère che vivevano a monte del Passo della Tine e i loro compatrioti che vivevano a valle; la scelta di un campione per ogni fazione; la lunga lotta dei quattro contendenti nel grande cortile; e la vittoria rimasta indecisa, poiché i campioni di Gruyère e di Saanen si abbatterono a turno, mentre quelli della Tour d’OEx e di Montsalvens non riuscirono mai a sconfiggersi, tanto erano pari le forze di questi rivali. Poi, Chalama, raccontava del grande corteo, che, una domenica sera, iniziò con sette persone nel cortile del castello e terminò il martedì mattina con più di 700 persone nella grande piazza di Gessenay; alla testa del quale ballò per tutta la Bassa e l’Alta Gruyère, il conte Rodolfo, che di tanto in tanto si faceva sostituire da uno dei suoi scudieri e seguiva a cavallo questo ballo itinerante.
Poi ancora la festa di Santa Maddalena di Saxima, quando il conte Antoine si accampò con tutta la sua corte su una grande roccia di fronte al lago d’Arnon, offrì un banchetto per due giorni e due notti a tutti i pastori di Gessenay, degli Ormonts e di Château-d’OEx; fece arrostire venti camosci, cento capre e mille libbre di formaggio; fu messo in fuga da un terribile temporale che rovesciò le sue tende e strappò i suoi stendardi, e rischiò lui stesso di annegare al ritorno nelle acque della Torneresse in piena.
A Chalama piaceva soprattutto celebrare gli antichi conti, mentre concedevano pascoli, armi e privilegi ai nuovi arrivati; mentre rendevano giustizia alle porte degli chalet arroccati o sotto i grandi platani delle valli; impedendo con il loro coraggio, e con l’aiuto dei loro valorosi cavalieri, ogni invasione straniera nei loro domini montuosi; facendo la dote, a turno, alle povere pastorelle, e ricevendo doni dai loro comuni per dotare le loro sorelle o le loro figlie; non rifiutando né di essere padrini di bambini indigenti, né di essere tutori di orfani abbandonati; vivendo con i loro sudditi come un padre con la sua famiglia; sempre i primi nei banchetti popolari e nelle battaglie per la buona patria gruerina; sempre fedeli alle virtù ereditarie della loro antica casata: devozione, elemosina, ospitalità e cortesia.
Quando si trattava di partire per qualche spedizione, il trovatore delle Alpi cantava, accompagnato da un piffero, romanze militari nel dialetto locale, nelle quali aveva inserito tutte le gesta, vere o presunte, degli antichi conti e dei loro uomini d’armi, dalla sfida di un guerriero miscredente, da cui Turnius, su tutti, uscì vincitore vicino a Gerusalemme, fino alla battaglia di Sothau, avvenuta di recente; all’assedio del castello di Rue da parte del conte Rodolfo, che liberò una bella straniera, prigioniera da cinque anni; c’era la prigionia di Pierre, suo nipote, che brandiva la sua spada su un cumulo di savoiardi uccisi di sua mano davanti a Chillon; poi l’incontro di Loubeck-stads, sulle rive della Simme, dove i Gruerini avrebbero preso il grande stendardo di Berna, se il portabandiera Wendschats non lo avesse gettato ai suoi soldati in fuga, e non si fosse fatto uccidere per ritardare l’inseguimento dei vincitori. Chalama cantava infine di Clarimbord e Ulrich Bras-de-Fer, quei due valorosi pastori di Villars-sous-Mont che, quando i Bernesi e i Friburghesi, unitisi dopo aver bruciato il castello di Everdes, saccheggiato la Tour-de-Trême e abbattuto il ponte di Ogo, marciavano verso Gruyère, accorsero con le loro grandi spade, fermarono i nemici all’ingresso di una foresta di querce, liberarono il conte che stava per cadere nelle loro mani e gli diedero il tempo di radunare i suoi soldati dispersi; ma poiché la sua immaginazione gigantesca continuava a tessere la trama degli eventi, Chalama non mancava di aggiungere che le braccia di quei due valorosi, intorpidite dalla fatica, erano talmente incollate alle loro pesanti spade dal sangue di cui erano intrise, che fu necessario ricorrere all’acqua calda per staccarle. Testimone delle conquiste compiute da Berna e Friburgo, era solito dire, alludendo agli stemmi di queste due città, che temeva che prima o poi l’orso avrebbe cotto la gru nel calderone: predizione giustificata dagli eventi, quando nel 1556, con il fallimento dell’ultimo conte Michel, i suoi possedimenti furono divisi tra Berna e Friburgo, a cui erano ipotecati per ingenti somme.
Chalama morì nel 1349: nominò il conte Pierre suo erede, lasciandogli in eredità i suoi debiti, la sua maschera, il suo berretto e la sua marotta e ordinò nel suo testamento che, del poco che lasciava, fosse donata al suo migliore amico, Anselmo d’Aragno, parroco di Gruyère, una mucca nera o, se lo avesse preferito, quindici soldi di Losanna, che all’epoca ne costituivano il prezzo.
Si dice che le canzoni, i racconti umoristici e le altre opere di Chalama, simili a quelle dei trovatori provenzali e dei menestrelli della Svevia, fossero conservate con cura negli archivi di Gruyère e che questa curiosa raccolta, particolarmente adatta a far conoscere i costumi di quel secolo e di quel paese, andò distrutta nel 1493, insieme a una parte del castello, in un incendio attribuito a Claudine de Seissel, che amministrava la contea durante la minore età di suo figlio François.
