La rubrica Antologia propone un viaggio letterario sulla Svizzera, la sua cultura, la sua natura e le sue istituzioni; una panoramica su come è stata percepita e conosciuta al di fuori dei suoi confini, come lei stessa ha visto il mondo che la circondava e come si racconta. Di volta in volta un racconto, un estratto di un romanzo o di un saggio ci offriranno uno spaccato di queste visioni del mondo.
Albert Bitzius (Morat, 4 ottobre 1797 – Lützelflüh, 22 ottobre 1854) è stato uno scrittore svizzero che ha scelto lo pseudonimo di Jeremias Gotthelf fin dal suo primo romanzo. Figlio di un pastore protestante fu nominato vicario di suo padre dopo gli studi in teologia a Berna. Oltre ad essere vicario si dedico alla scuola, con particolare attenzione alla diffusione dell’istruzione pubblica, e fu anche agricoltore e pedagogo. Di temperamento irrequieto sente il bisogno di esprimersi nella scrittura e di particolare rilievo sono le sue figure femminili.
Scrive alcuni romanzi e delle novelle tra cui Die schwarze Spinne, Il Ragno Nero, scritta nel 1841 che è considerata la migliore della sua produzione e dalla quale abbiamo scelto dei brani che si trovano nella parte iniziale di questa novella fantastica e gotica ambientata nell’Emmental e che descrivono l’atmosfera di festa e le pietanze offerte in occasione di un banchetto per un battesimo nella famiglia di un ricco contadino, alcune delle quali ancora oggi presenti sulla tavola delle feste.
Il Ragno Nero
L’atmosfera festosa che si respirava nei pressi di quella dimora non era quella che si crea il sabato sera, tra il crepuscolo e l’oscurità, ma era un prezioso retaggio di pulizia tradizionale praticata ogni giorno, simile all’onore della famiglia, sul quale una sola ora di negligenza può lasciare una macchia indelebile.
(…) Non era invano che questa terra uscita dalle mani di Dio, e questa casa eretta dagli uomini, risplendessero entrambe di un puro splendore; per l’una e per l’altra una stella era sorta nel cielo, un grande giorno di festa si stava preparando. Era il giorno dell’anniversario di quando il Figlio è tornato dal Padre (…). Seduta sulla panca ben levigata addossata alla casa, la nonna tagliava un appetitoso pane bianco in una grande zuppiera. Si impegnava con cura a tagliare pezzi di uguale grandezza, a differenza di certe cuoche di oggi, che a volte servono pezzi così grandi da strangolare una balena. Numerosi uccelli si contendevano le briciole che cadevano ai suoi piedi, e se qualche piccione timido o maldestro arrivava troppo tardi per prendere la sua parte del banchetto, la nonna gli lanciava un pezzo per consolarlo della sua sventura.
Nella vasta cucina ardeva un grande fuoco di abete, accanto al quale una donna dalle spalle larghe stava tostando il caffè, che riempiva l’aria del suo delizioso aroma. In piedi, vicino alla porta che conduceva alla camera, una giovane donna, ancora un po’ pallida, con in mano il cono del caffè, esclamò:— Ehi, levatrice, stai attenta a non bruciare troppo il caffè; si potrebbe pensare che io abbia voluto risparmiare sulla polvere. La moglie del padrino è terribilmente diffidente, vede il male ovunque. Oggi non si tratta di badare a mezzo chilo in più o in meno. Non dimenticare nemmeno di scaldare per tempo il vino. Il nonno non crederebbe che siamo a un battesimo se non offrissimo del vino caldo ai padrini e alle madrine prima che partano per la chiesa. Non lesinare nulla per farlo buono, mi hai capito? Lo zafferano e la cannella sono lì in un piatto sul tavolino; ecco lo zucchero sul tavolo, e per quanto riguarda il vino, versane finché non ti sembrerà di averne messo la metà di troppo; in un giorno come questo non c’è da temere che non vada tutto a buon fine.
È facile capire, da quanto precede, che ci si preparava a celebrare un battesimo in famiglia e si vede che la levatrice era esperta nell’arte culinaria tanto quanto nell’esercizio delle sue normali funzioni, ma aveva molto altro da fare se voleva avere il tempo di preparare sul piccolo fornello della fattoria tutte le pietanze richieste dall’occasione.
In quel momento, un giovane vigoroso uscì dalla cantina, tenendo in mano un grosso pezzo di formaggio, che posò nel primo piatto che gli capitò a tiro e che volle portare così sul tavolo di noce della stanza accanto. — Ma, ma, Benz, esclamò di nuovo la giovane donna, a cosa stai pensando? Ci prenderebbero in giro alle nostre spalle se oggi non avessimo un piatto migliore da offrire ai nostri ospiti.
E si diresse verso la vetrina di ciliegio ben lucidata, dove la padrona di casa ama esporre, dietro i vetri scintillanti, tutto il lusso della sua dimora; ne prese un grande piatto decorato con un mazzo di fiori dai colori vivaci, circondato da massime del tipo:
Amici miei, è bello vivere,
Il burro costa tre batz al chilo.
Dio abbia pietà di tutti,
Sono cittadino di Berthoud.
L’inferno è caldo, questo è certo,
Ma il vasaio lavora sodo.
La mucca mangia il fieno,
Ma la morte non è molto lontano.
Accanto al formaggio posò la monumentale treccia, il dolce bernese per eccellenza, fatto di farina di prima scelta, uova e burro, di un bel colore dorato, grossa come un bambino di un anno e quasi altrettanto pesante. Ai lati della treccia si misero due piatti carichi di quelle grandi frittelle piatte, chiamate a Berna Küchli. Un grande vaso, decorato con fiori dipinti e pieno di panna fumante, attendeva sul fornello, proprio accanto a una caffettiera a tre piedi che brillava di pulizia. Solo i contadini dell’Emmental sanno preparare una colazione del genere. Migliaia di inglesi attraversano la Svizzera in lungo e in largo senza che mai uno dei nobili lord, sfiniti dalla fatica, o una delle dame più o meno impettite, abbia assaggiato un pasto simile.
(…) La madrina al suo arrivo fu accolta da allegri saluti; tutti le corsero incontro (…). La giovane donna era rimasta sulla soglia, dove i saluti ricominciarono con rinnovato vigore, finché l’ostetrica arrivò ad esortare tutti ad entrare nella stanza dove avrebbero potuto continuare la conversazione. Poi, passando dalle parole ai fatti, spinse senza tante cerimonie l’ospite al suo posto. Ci si affrettò a versarle il famoso caffè con panna, nonostante le sue energiche proteste, poiché lei assicurava di aver già fatto colazione. — Mia zia, diceva, non mi avrebbe mai permesso di uscire di casa a stomaco vuoto; dice che non fa bene alle giovani; è questo che mi ha fatto tardare così tanto, perché le cameriere non si erano alzate in tempo; se fosse dipeso da me, sarei qui da un pezzo. I complimenti continuarono, poiché la madrina non voleva saperne di lasciare che le tagliassero la treccia; stanca di litigare, finì per cedere e ne accettò persino un grosso pezzo. Quanto al formaggio, si rifiutò ostinatamente di mangiarlo. — Oh! disse la giovane donna, pensi che sia formaggio magro; è per questo che non lo vuoi. A quelle parole, la madrina non poté fare altro che cedere; quanto alle frittelle, non le volle per nessun motivo. — Temi che non siano fatte bene, le dissero. Si vede che sei abituata a mangiarne di migliori.
Cosa fare dopo questo, se non rassegnarsi ad assaggiare le frittelle? Mentre la pressavano così, lei aveva bevuto a piccoli sorsi il suo caffè; allora si scatenò una vera e propria guerra. La giovane ragazza capovolse la tazza, con la scusa che le sarebbe stato impossibile ingoiare altro e che avrebbero fatto bene a lasciarla in pace.
Ma la contadina non si diede per vinta e riprese subito: — Che mi dispiace che nulla ti sembri buono! Ho però raccomandato alla levatrice di darsi tutta la pena possibile. Davvero non è colpa mia se questo caffè è così cattivo da essere imbevibile. Tuttavia, la panna deve essere buona, perché ho scremato io stessa il latte e, per questa occasione, ci ho messo più cura che mai.
Cosa poteva fare, dopo questa discussione, la povera ospite, se non lasciarsi versare una seconda porzione di caffè? Da un po’ di tempo l’ostetrica andava e veniva impaziente per la stanza; alla fine, non poté fare a meno di dire: — Se posso esservi utile in qualche modo, basta che me lo diciate, ho tutto il tempo. La povera madrina capì l’allusione. Così, tutta senza fiato, bevve d’un sorso la bevanda bollente, mormorando: «Sarei pronta da un pezzo se non mi aveste costretta a mangiare così tanto.»
(…) Alla fine la nonna entrò con la scusa di venire ad ammirare la graziosa madrina, ma, in realtà, per far capire con discrezione che il secondo rintocco era già suonato e che i padrini aspettavano nella stanza accanto. Infatti, i due padrini, uno anziano e l’altro giovane, stavano aspettando; disprezzando il caffè, di recente introduzione nel paese e che, del resto, potevano bere ogni giorno a casa loro, avevano preferito l’antica ma eccellente zuppa bernese composta da vino, pane tostato, uova, zucchero, cannella e zafferano. Mangiavano con appetito e il più anziano, che chiamavano cugino, condiva il tutto con vivaci battute rivolte al giovanepadre, promettendogli di avvalersi ampiamente della sua ospitalità, poiché, a giudicare dalla zuppa, si vedeva che nulla era stato risparmiato per l’occasione (…)
(…) Quando finalmente tutti si furono sistemati, fu portata la zuppa, un ottimo brodo colorato dallo zafferano e così devotamente guarnito con quel bel pane bianco tagliato dalla nonna, che il liquido era quasi completamente assorbito dal pane.
Le teste si scoprirono, le mani si unirono devotamente, con solennità e lentezza, e ciascuno rese grazie per sé stesso all’Autore di ogni bene. Solo allora si presero i cucchiai di stagno, che si era avuto cura di strofinare in precedenza sulla tovaglia, e molte bocche affermarono ad alta voce che se si avesse avuto ogni giorno un simile banchetto non si sarebbe chiesto nient’altro.
(…) Finita la zuppa, si asciugarono nuovamente i cucchiai sulla tovaglia e si passò la treccia, dalla quale ognuno si tagliò un pezzo; poi furono portati gli antipasti, ovvero cervella di pecora e fegato all’aceto. Dopo questi vari piatti arrivò, ammucchiato a fette in grandi piatti, il manzo fresco o affumicato, a seconda dei gusti di ciascuno; poi ci furono fagioli e spicchi di pere secche e cotte con lardo rosso e bianco, dall’aspetto succulento, accompagnati da superbe fette di filetto di maiale. Non appena un nuovo commensale faceva la sua apparizione, veniva riportata la zuppa e lui consumava l’intera serie senza che gli venisse risparmiata alcuna pietanza. Nel frattempo, Benz, il giovane padre, offriva del vino contenuto in belle caraffe riccamente ornate di stemmi e sentenze, della capacità di un boccale ciascuna. Gli ospiti si servivano a turno mentre Benz non smetteva di ripetere: «Svuotate i vostri bicchieri! Il vino è lì per essere bevuto».
