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La rubrica Antologia prosegue la sua esplorazione letteraria attorno alla Svizzera e ad alcuni dei suoi autori, scopo di queste brevi letture è proporre un esempio di come la Svizzera è stata conosciuta e considerata e di come i suoi letterati si sono confrontati con il resto del mondo o hanno rappresentato il proprio paese.
Proseguiamo quindi alla scoperta delle pagine di un libro del medico e botanico Antonio Caccia, L’Impero Celeste, edito a Milano nel 1858. Caccia (Morcote, TI, 22 gennaio 1806 – Como, Italia, 27 agosto 1875) compì i suoi primi studi in Italia, a Como e Roma, poi si trasferì in Baviera, a Würzburg, dove si laureò, in medicina, successivamente si laureò in botanica e medicina legale all’università di Cambridge. Ultimati gli studi, compì una serie di viaggi: in Grecia, in Russia (1835) dove si fermò per tre anni a Mosca esercitando come medico, a Costantinopoli, in Crimea, in Siberia e in alcune province dell’Impero cinese, in America.
Frutto di questi viaggi furono una serie di libri tra i quali ha catturato la nostra attenzione, L’Impero Celeste che, scritto sotto forma di epistolario tra un cinese ed un europeo, illustra costumi e storia della Cina, paese che ancora oggi affascina e incuriosisce per la sua complessità.

L’Impero Celeste – Macao e Honk-Kong

Il Pe-Kiang o fiume di Cantone, entrando al mare forma il golfo Bocca Tigris. Dove sorgono parecchie isola. A ponente di questo golfo giace la penisola di Macao. I Portoghesi l’occuparono nell’anno 1557 mediante un annuo tributo di 450.000 fiorini. Fu poi dai Cinesi intieramente ceduta per i soccorsi prestati dal re di Portogallo contro i Corsari.
La città di Macao veduta dalla rada si presenta a mo’ di anfiteatro assai pittoresca. Una fila di case eleganti e in bell’ordine ripartite spicca lunghesso la magnifica riva della Prai-Grunde. È circondata da colline da cui torreggiano molti e forti castelli. La rada per essere troppo aperta, non è molto sicura, e vicino alla città è di poco fondo, i legni mercantili di grossa portata e i navili da guerra gettano l’áncora a sei miglia da Macao. Il territorio ceduto ai Portoghesi non ha che sole otto miglia di circonferenza ed è separato dall’Impero Celeste per mezzo di un muro con una porta custodita da sentinelle tartare. La città di Macao somma a 50 mila Cinesi puro sangue e a 6 mila stranieri di ogni razza, d’ogni nazione, bianchi, meticci, neri e confusi. Di veri Portoghesi nati in Europa non vi sono che soli cinquanta. Vi si trovano pochi Inglesi e alcuni Americani. I Parsi discendenti degli antichi Persiani e seguaci della religione di Zoroastro, quindi adoratori del fuoco, si distinguono per attività e costumatezza. Vi sono molte e belle chiese cattoliche ed a vero dire la città Portoghese non manca di quella grandiosità monumentale che tanto distingue le città d’Europa. Ma in Macao non v’è più quel movimento d’industria mercantile che cento cinquant’anni fa produceva tanta ricchezza e tanta gloria alla superba regina del Tago. L’imperizia del governo di Lisbona, e l’ozio de’ricchi Portoghesi accelerarono la decadenza di Macao per poi cedere tutto all’operosa e prepotente Albione.

Tutt’altra cosa è la città cinese. Quivi case basse, mal costruite, vere baracche cinesi entro cui s’accovacciano alla meglio gli uomini più facili del mondo. Quivi certe viuzze immonde che non ti lascian modo di respirar aria pura, né di moverti attorno senza star del continuo cogli occhi spalancati e colle mani pronte. Per siffatte strade non potete immaginarvi quale sia il baccano e quale l’infernale movimento dal mattino alla notte: singolare contrasto tra l’una e l’altra città! Nella magnifica città portoghese, come in un cimitero regna la calma, il riposo che succede alla sconfitta. Nella cinese, pari a ghetto d’Ebrei, tripudia, gavazza l’industria continuata del popolo più originale della terra.
I Portoghesi hanno in Macao un governatore nominato dal vicerè di Goa, un ministro di giustizia, Ovidor, un vescovo, un senato. Pagano alla Cina un annuo tributo di 500 tael, che fanno circa 4000 franchi.
Honk-Kong in questi nostri tempi è divenuta isola di grande importanza all’Impero britannico. É distante da Macao non più di trenta miglia e ne ha circa 24 di circonferenza. Gli indigeni chiamano l’isola il paese de’ ruscelli odorosi perché da’ suoi monti scendono acque tra l’erbe e i fiori. I terreni vi sono aridi, sterili e ineguali, insomma Hong-Kong non è stata dalla natura favorita. Il governo de’ barbari dai capelli biondi, bramando crearsi una stazione sicura a rimpetto alla Cina, da lungo tempo l’andava cercando, e colla guerra dell’oppio seppe destramente occupare Hong-Kong, che poi fece sua per sempre col trattato di Nanchino. L’isola, per dir vero, tutto che abitata da molti Cinesi, non offriva altro vantaggio che quello di trovarsi a poca distanza da Macao e da Cantone e d’essere situata in modo che qualunque flotta vi può stare al sicuro, e da colà battersi contro le giunche cinesi colla certezza di vincerle tutte. Gli Inglesi, allorché il terribile Lin li voleva tutti sterminati, gl’Inglesi, dico, condotti dal capitano Elliot, rifugiaronsi nell’isola di Hong-Kong, donde poi vennero contro i Cinesi le forze concentrate della marina anglo-indiana in quel miserando conflitto dell’oppio. Da Lin l’isola non fu più un dominio cinese.
Si deve però confessare che il governo britannico sa far valere, a disonore del Figlio del Cielo, l’isola dai ruscelli odorosi. In pochi anni, coll’operosità dell’audace Albione, Hong-Kong ha mutato intieramente aspetto.
La nuova città, nomata Vittoria, è veramente meravigliosa. Si può dire, con un poeta cinese, ch’essa spuntò dal mare limpida e bella come la prima luce del mattino. Vittoria, a guisa di anfiteatro sorge con molta eleganza alle falde d’un monte cui bacia il mare. Non ha molto corpo e per due miglia si distende con belle case e vie molto pulite. Vi si ammirano vasti e superbi edifizi, come l’Ospitale militare che ha un magnifico colonnato, la Chiesa, la Casa d’educazione fondata dall’illustre Morrison; l’Ospitale of medical missionary Society, la Caserma, il Palazzo pretoriale, ossia del governatore, la magnifica villa detta Jardine-Matheson, i più rinomati Cresi del commercio indo-britannico, e massime dell’oppio.
Dal 1842 in poi, non potete figurarvi le numerose opere pubbliche e private che coll’oro e colla politica inglese sonosi fatte nell’arida e sterile Hong-Kong: chi nol vede non può farsi un’idea del confortable che i superbi figli d’Albione hanno saputo introdurre sugli scogli di un’isola ove trent’anni fa non regnava altro che la febbre più micidiale e la gente più misera. Quale differenza tra il vecchio e il moderno di lei governo! Come Cinese deggio arrossire e dirvi francamente che l’egoismo britannico non poteva in sì breve tempo dare al despotismo cinese né più fiera sconfitta, né più bella prova di progresso.
Una stupenda via, la Queen-round, attraversa la città, la quale già promette di farsi la più vaga e possente regina delle isole indo-cinesi. E voi vedreste sorgere ogni maniera di bei fabbricati non in un punto solo dell’isola, ma da pertutto. Le ville co’ giardini torreggiano pittorescamente dai colli e dai gioghi. Lo spleen di Londra, di Liverpool, di Manchester e d’altre opulenti città, trova nel paese de’ ruscelli odorosi un medico infallibile, massime dacché la mal aria è stata coi grandi lavori pubblici e co’ disseccamenti cacciata fuora dall’isola.
In Hong-Kong, oltre la già numerosa colonia inglese, v’hanno più di ventimila Cinesi. I trafficatori anglo-cinesi considerano l’isola pari a fortezza mercantile. Infatti non pensan male, e forse in breve varcheranno dal Tigre all’isola del loro rifugio e del loro domicilio politico. Hong-Kong è uno scoglio fatale per l’Impero Celeste. Intanto maturano i destini.