La nuova proposta dell’Antologia è un’incursione nel romanzo della scrittrice di origine svizzera M.me de Staël, Corinne ou l’Italie, edizioni Garnier, Paris, di cui riportiamo dei brani che mostrano il punto di vista di una letterata e dei suoi contemporanei europei sull’Italia dei primi dell’800 poiché il libro è stato pubblicato nel 1807 e la sua introduzione presente nell’edizione della Garnier di Parigi, dalla scrittrice Madame Anne-Louise Germaine Necker che sottolinea la bravura dell’autrice e la modernità del personaggio di Corinna.
Corinne ou l’Italie – La letteratura italiana – 2 parte
“Dovete almeno ammettere” continuò il conte d’Erfeuil, “che non c’è aspetto del nostro lavoro in cui non abbiamo nulla da imparare da nessuno. Il nostro teatro è decisamente il migliore d’Europa, perché non credo che gli inglesi stessi si immaginino di paragonarci a Shakespeare”. “Mi scusi”, interruppe il signor Edgermond, “lo fanno”; e detto questo tacque. “Allora non ho nulla da dire”, continuò il conte d’Erfeuil, con un sorriso che esprimeva un garbato disprezzo, “ognuno è libero di pensare ciò che vuole, ma io continuo a sostenere che si può affermare senza presunzione che siamo i migliori nell’arte drammatica; quanto agli italiano, se posso parlare con franchezza, non sospettano nemmeno che l’arte drammatica esista ala mondo. Per loro la musica è tutto e la commedia non è niente”.
Se il secondo atto di una commedia ha una musica migliore del primo, iniziano dal secondo atto. Se si tratta dei primi due atti di opere diverse, questi due atti vengono rappresentati nello stesso giorno, e in mezzo viene inserito un atto di una commedia in prosa, che di solito contiene la morale migliore del mondo, ma una morale interamente composta da massime che i nostri antenati avevano già bandito perché troppo vecchie per loro. I vostri famosi musicisti hanno un controllo totale sui vostri poeti: uno dichiara di non poter cantare se la sua aria non contiene la parola “felicità”; il tenore esige “la tomba” e il terzo cantante può eseguire roulades solo sulla parola “catene”. Il poeta deve conciliare al meglio questi gusti diversi nella situazione data. E non è tutto: ci sono virtuosi che rifiutano di entrare direttamente in scena, devono prima apparire tra le nuvole o scendere dalla cime di una scalinata di palazzo, per creare un effetto maggiore al loro ingresso. Quando viene cantata l’aria, in qualunque situazione commovente o violenta, l’attore deve inchinarsi per ringraziarlo degli applausi che riceve. L’altro giorno, a Semiramide, dopo che il fantasma di Nino aveva cantato la sua aria, l’attore che lo rappresentava, nel suo costume d’ombra. Fece un grande inchino al pubblico che diminuì notevolmente il terrore dell’apparizione.
In Italia siamo abituati a considerare il teatro come una grande sala riunioni dove si ascoltavano solo le arie e il balletto. Dico “dove si ascolta solo il balletto” per una buona regione, perché è solo quando sta per iniziare che il pubblico tace, e questo balletto è l’ennesimo capolavoro di cattivo gusto. A parte le grottesche, che sono vere e proprie caricature della danza, non so caos ci possa essere di divertente in questi balletti, se non la loro assurdità. Ho visto Gengis Khan, musicato come un balletto, tutto ricoperto di ermellino, tutto vestito di nobili sentimenti, perché cedette la corona al figlio del re che aveva sconfitto e lo sollevò in aria su una gamba sola: un modo nuovo di insediare un monarca sul trono. Ho visto anche la Devozione di Curzio, un balletto in tre atti, con tutte le sue digressioni. Curzio vestito da pastore arcadico, danzò a lungo con la sua amante prima di montare un vero cavallo al centro del teatro e tuffarsi in un abisso di fuoco fatto di raso giallo e carta dorata, che gli conferiva più l’aspetto di un centrotavola di dolci che di un vero e proprio baratro. Infine, ho assistito alla rappresentazione in forma di balletto dell’intera storia di Roma, da Romolo a Cesare.
“Tutto ciò che dici è vero” replicò gentilmente il principe di Castel Forte, “ ma hai parlato solo di musica e danza, e questo non è ciò che viene considerato arte drammatica in nessun paese”. “E’ molto peggio”, interruppe il conte d’Erfeuil, “quando vengono rappresentate tragedie o drammi, che non si chiamano danni con un lieto fine, in cinque atti si ammassano più orrori di quanti l’immaginazione possa concepire. In una commedia di questo genere, l’amante uccide il fratello della sua amata nel secondo atto, nel terzo le fa saltare le cervella sul palcoscenico; il quarto è pieno del funerale; nell’intervallo tra il quarto e il quinto atto che interpreta l’amante arriva per annunciare nel modo più sereno del mondo, alla platea, le arlecchinate che verranno messe in scena il giorno dopo e ricompare in scena nel quinto atto per essere ucciso a colpi di pistola. Gli attori tragici sono in perfetta armonia con la freddezza e la grandiosità delle opere. Commettono le più terribile azioni con la massima calma. Quando un attore si agita, si dice che si agiata come un predicatore, perché, in effetti, c’è molto più movimento sul pulpito che si sul palcoscenico ed è una fortuna che questi attori siano così pacati nel pathos, perché, poiché non c’è nulla nell’opera o nella situazione, più rumore fanno, più ridicoli saranno; anche allora, questa ridicolaggine era allegra! Ma è solo monotona. Non c’è più commedia in Italia che tragedia, è anche in questa forma d’arte, siamo i primi. L’unico genere che appartiene veramente all’Italia è l’arlecchinata: un valletto furfante, goloso e codardo. Un vecchio tutore ingannato, avaro o innamorato, ecco il tema centrale di queste opere. Vedrete che un’invenzione del genere non richiede molto sforzo, mentre Taruffe e il misantropo presuppongono un po’ più di genio”.
