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L’iniziativa popolare «No a una Svizzera da 10 milioni!» sarà al centro del voto del 14 giugno 2026, ma incontra una netta opposizione da parte del Consiglio federale e del Parlamento. Secondo le autorità, il progetto rischia di compromettere il benessere economico, la sicurezza interna e la tradizione umanitaria del Paese, oltre a mettere in discussione i rapporti con l’Unione europea.

L’iniziativa propone di limitare la popolazione residente permanente a un massimo di 10 milioni di persone entro il 2050. Per raggiungere questo obiettivo, prevede anche misure drastiche, tra cui la possibile denuncia dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Unione europea.

Rischi per la via bilaterale

Secondo il consigliere federale Beat Jans, l’iniziativa potrebbe avere effetti negativi già prima del raggiungimento del limite fissato, in particolare a partire da una popolazione di 9,5 milioni di abitanti. In gioco c’è l’intero sistema degli accordi bilaterali tra Svizzera e UE, considerato fondamentale per l’economia nazionale.

La fine della libera circolazione delle persone comporterebbe infatti automaticamente la caduta degli Accordi bilaterali I, con conseguenze economiche rilevanti. Studi citati dalle autorità indicano possibili perdite per miliardi di franchi e ripercussioni negative sui salari.

Contrari anche Cantoni e parti sociali

Alla posizione del Governo si affianca quella di numerosi attori istituzionali ed economici. In una conferenza stampa a Berna, il 16 marzo 2026, rappresentanti dei Cantoni e delle parti sociali hanno espresso il loro rifiuto dell’iniziativa.

Tra questi, Markus Dieth per la Conferenza dei governi cantonali, Pierre-Yves Maillard per l’Unione sindacale svizzera (USS), Severin Moser per l’Unione svizzera degli imprenditori (USI), Fabio Regazzi per l’Unione svizzera delle arti e mestieri (usam) e Adrian Wüthrich per Travail.Suisse.

Secondo queste organizzazioni, limitare l’immigrazione renderebbe più difficile per aziende, ospedali e istituzioni pubbliche reclutare personale qualificato dall’area UE/AELS, aggravando in particolare la carenza di manodopera nelle regioni rurali.

Impatti sulla sicurezza e sull’asilo

Le autorità mettono in guardia anche sulle conseguenze per la sicurezza interna. L’eventuale accettazione dell’iniziativa potrebbe compromettere la partecipazione della Svizzera agli Accordi di Schengen e Dublino.

In tal caso, la Svizzera non potrebbe più trasferire richiedenti asilo verso altri Paesi europei e dovrebbe gestire autonomamente anche le domande già respinte nell’UE, con un possibile aumento significativo delle richieste e costi aggiuntivi di centinaia di milioni di franchi.

Inoltre, polizia e guardie di confine perderebbero l’accesso alle banche dati europee, rendendo più complessa la lotta contro criminalità e terrorismo.

Il nodo della crescita demografica

I promotori dell’iniziativa ritengono eccessiva l’immigrazione e temono conseguenze come carenza di alloggi, aumento degli affitti, congestione del traffico, sovraffollamento dei trasporti pubblici e pressione su sanità e istruzione.

Il Consiglio federale riconosce le sfide legate alla crescita demografica, ma propone soluzioni mirate invece di limiti rigidi. Tra queste figurano misure nel mercato del lavoro, nell’edilizia abitativa e nella politica d’asilo, oltre a strumenti negoziati con l’UE per gestire eventuali picchi migratori senza compromettere la cooperazione bilaterale.

Una scelta cruciale

Il voto del 14 giugno si preannuncia quindi come un passaggio decisivo per il futuro della Svizzera: da un lato, la volontà di contenere la crescita della popolazione; dall’altro, la necessità di preservare i rapporti internazionali, la stabilità economica e il modello di apertura che ha caratterizzato il Paese negli ultimi decenni.

Fonte: Dipartimento federale di giustizia e polizia