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A partire dal XVI secolo, individui e aziende della Confederazione Elvetica furono strettamente legati al sistema coloniale. Singole imprese e privati ​​cittadini svizzeri parteciparono alla tratta transatlantica degli schiavi, accumulando fortune attraverso il commercio di merci coloniali e lo sfruttamento di persone ridotte in schiavitù. Uomini e donne svizzeri viaggiarono per il mondo come missionari. Altri, spinti dalla povertà o dalla sete di avventura, servirono come mercenari negli eserciti europei che portarono a termine le conquiste coloniali e repressero la resistenza delle popolazioni indigene. Persino i professionisti svizzeri misero le proprie competenze al servizio delle potenze coloniali. Inoltre, l’ideologia razzista veniva insegnata nelle università di Zurigo e Ginevra, diffusa a livello internazionale e utilizzata per legittimare il sistema coloniale.
Basata sulle più recenti scoperte scientifiche, con esempi concreti e illustrata da oggetti, opere d’arte, fotografie e documenti, la mostra al Museo Nazionale Svizzero di Zurigo offre, per la prima volta, una panoramica completa della storia coloniale della Svizzera. Attraverso riferimenti all’attualità, esplora anche il significato dell’eredità coloniale per la Svizzera di oggi.
Per la coltivazione delle piantagioni nei Caraibi e nell’America del Nord e del Sud, tra il 16° e il 19° secolo i mercanti europei hanno deportato più di 12 milioni di persone dall’Africa alle colonie. La tratta transatlantica, che costituisce la più grande deportazione di massa mai registrata finora, ha creato le condizioni favorevoli allo sviluppo del razzismo.

Oltre 250 imprese e privati svizzeri sono coinvolti nel commercio e nella deportazione di circa 172’000 persone. Questa forma di sfruttamento si fonda sulla disumanizzazione delle persone ridotte in schiavitù.
La tratta atlantica raggiunge il suo apice nel 18° secolo. Anche città come Berna e Zurigo investono nel commercio di schiavi: entrambe sono azioniste della South Sea Company britannica, che deporta oltre 38’000 persone ridotte in schiavitù.
A partire dal 17° secolo privati svizzeri possiedono piantagioni, ad esempio nei Caraibi e in Brasile, che gestiscono impiegando persone ridotte in schiavitù. Lo sfruttamento di donne, bambini e uomini ridotti in schiavitù consente loro di arricchirsi notevolmente.

Anche imprenditori e mercenari svizzeri possiedono persone ridotte in schiavitù nelle colonie europee. Si sa che alcuni di loro le portano con sé in Svizzera. In Asia, vi sono mercenari che vivono con donne ridotte in schiavitù.

Le persone ridotte in schiavitù erano considerate merci e deportate con una violenza mostruosa nelle colonie. La schiavitù non è un’invenzione del colonialismo europeo. Sebbene in Africa esistesse già un commercio interno di persone ridotte in schiavitù, nonché una tratta gestita da nazioni arabe, il commercio triangolare diede alla capitalizzazione del corpo umano una dimensione ancora più drammatica.
Da anni vengono avanzate richieste di riparazione dei danni causati dal crimine della schiavitù. Una questione complessa che non è ancora stata risolta. Lo storico Hans Fässler mette le cose in prospettiva.

Le opere del fotografo svizzero-brasiliano Dom Smaz ricordano il passato svizzero del villaggio di Helvécia (Brasile), dove la memoria della schiavitù persiste tutt’oggi, tramandata di generazione in generazione.
Fino all’11 ottobre 2026. Museo nazionale svizzero Château de Prangins Avenue du Général Guiguer 3, Prangins, Canton Vaud.